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  • THE END 3, 2007

    THE END 3, 2007

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    THE END 3, 2007

    Interview by Jacopo Miliani

    LUDOVICA GIOSCIA

     

    Intevista a cura di Jacopo Miliani

    (THE END MAGAZINE ISSUE 3)

     

    Da poco sono entrato nello studio di Ludovica. Al telefono mi ha dato lunghe spiegazioni su come arrivare, in realtà è stato facile. Apro una porticina blu e mi trovo sommerso da colori neon, ritagli di riviste sul muro, immagini di pin-up, stampe colorate, linee che formano diamanti; mi muovo in una nebbia fatta di glitter e nel mezzo trovo un piccolo tavolo da stampa. Ma dove è Ludovica?

    Ludovica Gioscia (1977), londinese dall’accento romano, stampa nel suo studio un immaginario pop, ripetitivo, denso, dal sapore malizioso. Guardando i suoi lavori sembra di entrare in uno stato di coscienza alterato, forse dall’abuso di big bubbles e coca cola.

     

    _Il tuo lavoro gioca su una ripetizione visiva di ‘patterns’, ma presenta a livello concettuale un forte contrasto tra desiderio materiale e bisogno affettivo. Cosa ti porta alla scelta di un immaginario adolescenziale basato sulla logica a contrasto tra sentimenti estremi?

     

    Nel mio lavoro c’è la traduzione dei tempi in cui viviamo, filtrata attraverso una chiave adolescenziale, quella della mia generazione; in cui la pop culture della disco anni 70-80 è entrata far parte dell’immaginario collettivo e ha assunto un linguaggio ed espressione propri.  Isolo gli elementi cliché che possono essere recepiti da tutti e li filtro attraverso uno stile evocativo, per esprimere la cacofonia informatica che esiste nella nostra architettura interna ma anche esterna. Sulla superficie visiva insceno battaglie di stili, trends e attitudini . Nel mio lavoro non c’è la volontà di combattere il nostro delirio quotidiano, bensì di abbracciarlo e farlo proprio. La mia è una rappresentazione emotiva dei tempi estremi in cui esistiamo.

    Da un anno e mezzo lavoro con i dettagli architettonici dei casino di Las Vegas come metafora di un isterico “copia ed incolla” . Controrco l’architettura dell’eccesso in un’orgia decorativa per esprimere la convulsione dell’iperrealtà.

     

    _Ricrei un immaginario che mi ricorda le pagine dei diari delle medie che si gonfiavano a panino: flyers di discoteche, scritte e citazioni, spruzzi di profumo, adesivi a volte anche gomme masticate come lapidi di un giorno che non si dimenticherà mai.

    Il tuo lavoro può essere letto come le pagine di un diario?

     

    Assolutamente si. Per l’installazione ‘Blue Sky’ ho scarabocchiato per 110 metri su carta da parati e poi l’ho incollata in galleria. Traduceva un mega diario emotivo che si sfogliava davanti ai tuoi occhi., Alle medie fai sega a scuola e passi il tempo a guardare le nuvole che passano e diventano forme strane, animali… Poi come ogni fantasia adolescenziale, sogno o vagheggiamento tutto si è dissolto alla fine della mostra.

     

    _Come scegli le immagini che si ripetono all’interno del tuo lavoro?

     

    Generalmente sono immagini collegate alla ‘club culture’; sia che siano ricalchi di fotografie personalmente scattate sulla dancefloor o immagini riprese da riviste. Il comune denominatore risale sempre ad un immaginario collegato ad una perdita di coscienza: roller girls dello Studio ‘54, faccette della Acid House o disegni dei set cinematografici. Parto dalla club culture come territorio dell’artificio e dell’artificialità.

    A volte utilizzo frammenti personali; in un’animazione a biro rappresento me stessa consumata in un bacio appassionato. Innamorarsi è una perdita di coscienza, una caduta libera. Tutte le immagini alla fine sono immagini personali, nelle emozioni non distinguiamo più quello che è indotto da quello che ci appartiene.

     

    _Davanti alle tue opere lo spettatore ha una sorta di indigestione da buffet (all you can eat!); quale pensi sia il ruolo dell’osservatore?

     

    Colui che guarda deve essere travolto ma allo stesso tempo anche partecipe. Lo spettatore deve trovare almeno un elemento a lui riconoscibile, da investigare all’interno del suo immaginario. Ognuno ha una sorta di pop chart personale dove risiedono elementi scollegati del passato e del presente. Cerco di far riaffiorare nella memoria oggetti futili, feticci banali che si credeva dimenticati, ma a cui, durante l’adolescenza, affidavamo sogni e valori smisurati.

     

    _Il tuo lavoro sembra  lo story board delle animazioni di MTV. Che importanza ha per te la musica e il video?

     

    Ha ha ha! Importantissimo! Le mie animazioni a biro sono tutte inspirate al video ‘Take on me’ degli A-ha e da ‘Waking life’ di Richard Linklater. Inoltre ‘Blue Sky’ è ripreso dall’omonimo titolo della canzone degli A-ha. All’inzio il mio medium principale era l’animazione: molte delle mie carte da parati sembrano le immagini dei primi caroselli di animazione (zoetropio). C’è molto movimento. Nella club culture, il movimento fisico è centrale. Nelle discoteche assistiamo a un rituale collettivo, a un linguaggio del corpo; dai codici delle varie sottoculture agli scatti euforici e privi di controllo.

     

    _Hai realizzato delle animazioni che a differenza delle serigrafie hanno un impatto visivo minimale. Come spieghi la differenza tra l’utilizzo dei due media?

     

    Il massimalismo è semplicemente nascosto tra i fotogrammi nelle animazioni a biro. E’ la ripetizione ossessiva, il calcare e ricalcare che ha lo stesso valore delle figure ripetute sulle carte da parati. Nelle animazioni  I tratti del disegno sovrappongono linee-immagini a immagini-emozioni. Osservi gli spruzzi di inchiostro della bic e vieni risucchiato dalla sensualità del momento per poi ritornare a leggerlo come un semplice disegno.

    Inoltre le mie animazioni hanno una vita propria, ma sono state concepite ed esistono all’interno di installazioni ed hanno un dialogo con tutto il resto. La differenza è solo apparente, sia le animazioni che le serigrafie necessitano un coinvolgimento emotivo.

     

    _L’ultima serie di lavori dal carattere installativo è una serie di wallpapers che tu strappi freneticamente senza mai raggiungere il bianco del muro. Cosa cerchi in realtà?

     

    Non è importante giungere al muro, anzi, è controproducente in quanto simbolizza un arrivo. Nei miei lavori non si arriva mai, sono tutti dei loops in cui ri-visitando un certo immaginario si è costretti a ri-appropriarsene. I vari livelli sono metafore della stratificazione iperreale delle informazioni che riceviamo costantemente e che assimiliamo senza possibilità di scelta o riflessione, ad esempio le finestre di Internet o i livelli su Photoshop, ma anche i poster sotto il ponte di Shoreditch…